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RECENSIONE A "MAHLER 10 - PETITE MORT - BOLÉRO" a cura di Michele Olivieri

Alla Scala di Milano in scena la grande danza e la grande musica per il Corpo di ballo scaligero diretto da Frédéric Olivieri: “Mahler, Mozart e Ravel” si uniscono al programma che celebra due pietre miliari della coreografia: “Petite Mort” di Jiří Kylián e “Boléro” di Maurice Béjart con la prima assoluta di “Mahler 10” su coreografia di Aszure Barton. In scena, con altri cast, fino al 10 di aprile 2018.

Tre produzioni in scena per l’eclettico Balletto del Teatro alla Scala di Milano formato da Étoile, primi ballerini, solisti e Corpo di Ballo, diretti dal Maestro Frédéric Olivieri. Ad aprire le danze, l’arte minimal chic della canadese Aszure Barton, coreografa tra le più apprezzate dell’attuale scena internazionale, passando per l’intensa poesia e sottile ironia di Jiři Kylián, per concludere con l’apoteosi di Maurice Béjart. Il primo pezzo, “Mahler 10” (assistente alla coreografia Jonathan Alsberry, Scene e luci di Burke Brown, costumi di Susanne Stehle), porta alla ribalta la classe e la grazia dei movimenti, e dona ai danzatori una malleabile qualità in cui si ritrova il piacere della fluidità e del nitore coreutico, un colpo d’occhio elegante sulle tonalità del grigio “ton sur ton” al cui centro è posta la bellezza con tagli essenziali, volumi definiti, colori sobri concatenati tra musica e danza. Il corpo umano, che la Barton utilizza nell’immaginare un “continuum” in linea con il titolo seguente, pone in risalto gli artisti con figure apparentemente naturali ma al contempo ricercate nell’aspetto estetico, utilizzando un linguaggio semplice. L’Adagio della Sinfonia n. 10 di Gustav Mahler genera un effetto corale di nozioni raccolte ed ordinate in circolo, dove la plasticità preparatoria trova la foce nell’esemplare coppia formata da Antonino Sutera e Virna Toppi con la rassicurante presenza di Stefania Ballone (in scena anche Claudio Coviello, Antonella Albano, Christian Fagetti, Federico Fresi, Chiara Fiandra). I gesti appena sfiorati, come seta impalpabile, tracciano l’evoluzione interiore dei ballerini, sottolineando le sfumature dell’allestimento scenico semicircolare, lasciando protagonista la coloritura musicale di Mahler, omaggiandone il genio compositivo. Su “Petite Mort” (coreografia ripresa da Shirley Essenboom e Elke Schepers Scene e luci di Jiři Kylián, costumi di Joke Visser, realizzazione delle luci di Joop Caboort, supervisione alle luci e alle scene di Hans Boven) c’è poco da aggiungere, quando un capolavoro diventa tale ed entra nella leggenda dell’immortalità artistica ogni parola aggiunta risulta superflua. La compagnia scaligera si è messa alla prova con un pezzo di altissima precisione, di matrice tempestiva, riuscendo a cogliere l’essenza del genio coreografico, dando un volto alla reattività, tanto da fondere corpo e anima in un insieme armonioso, capace di porre in risalto linee e spessori e di creare quel “vuoto” pieno di significati profondi ed intimi, sottolineato dalla splendida esecuzione di Takahiro Yoshikawa al pianoforte, il quale ha innalzato le dinamiche mediante i due superbi concerti di Mozart ispirando, in particolar modo, Nicoletta Manni e Mick Zeni (in scena anche Vittoria Valerio, Matteo Gavazzi, Chiara Fiandra, Eugenio Lepera, Francesca Podini, Nicola Del Freo, Martina Arduino, Christian Fagetti, Alessandra Vassallo, Margo Agostino). Il pezzo più atteso, Boléro di Maurice Béjart, si è aperto sull’ammaliante partitura di Maurice Ravel trasformata dal grande coreografo marsigliese in mimica e torsioni, irresistibile ancora una volta per le singolarità creative che di pari passo, con il crescendo musicale, eleva la suggestione in un abbraccio tra uomo e universo votato al sacrificio (supervisione coreografica di Gil Roman, ripresa da Keisuke Nasuno, musica di Maurice Ravel, luci originali riprese da Marco Filibeck). Nella serata della prima è apparso in scena sul celebre tavolo, Roberto Bolle a cui va il merito di un indiscusso spirito divino, dove il principio sognante delle forme perfette realizza esteticamente, già di per sé, l’opera. Nella serata del 30 marzo Julien Favreau del “Béjart Ballet Lausanne” ha offerto una prestazione diversa, più votata all’emozionalità della resistenza, della ribellione, del grido e della passione, donando al pubblico ampie suggestioni in una “Melodia” accattivante, invitante e provocante.

Ci si cala poco per volta nella creazione di Béjart, lasciandosi trascinare dalla sublime visione, rimanendone sedotti e conquistati (in scena, tra gli altri, Massimo Garon, Timofej Andrijashenko, Mattia Semperboni, Gioacchino Starace). Una produzione anch’essa eterna, che regala un “canto” chiamato a celebrare la vita, la natura e l’universo. Il corpo liberato, nota dopo nota, esplode in un fiume di energia ed erotismo che sembra non avere fine, dialogando parallelamente con la partitura di Ravel in un botta e risposta percussivo e ipnotico, coadiuvato dall’Orchestra del Teatro alla Scala diretta da David Coleman. In palcoscenico non c’è tregua, e il Corpo di Ballo si unisce alla potenza del “teatro bejartiano” con veemenza pulsante e contagiosa. Il Trittico nella sua totalità risveglia il mondo della danza in modo libero e sincero, lasciando nascere la verità nell’istante, dal corpo, dal cuore, dall’anima. Quando il coreografo vibra in accordo con la materia, il risultato raggiunge la sua essenza. La Barton, Kylián e Béjart ci ricordano, ognuno con il proprio stile, che una parte di noi è sempre lì ad aspettarci in un viaggio dell’anima, conservando al proprio interno memorie personali e collettive, in un percorso dove i confini si possono anche sgretolare. Frédéric Olivieri nella scelta del programma ha privilegiato uno spogliamento dei rivestimenti artificiali, lasciando fuoriuscire unicamente l’energia vitale che l’artista empaticamente può trasmettere al pubblico, entrando in un parallelo. I danzatori ritrovano il proprio respiro e lo fanno suonare sull’essere e sull’esistere, lasciando che l’afflato si trasformi in coinvolgimento per il fruitore, il quale è portato a immedesimarsi come specchio di sé. Ripetuti applausi e calorosi gesti d’affetto hanno accolto tutti gli artisti scaligeri indistintamente, riservando a Bolle prima, e a Favreau dopo, una manifestazione collettiva di entusiastica approvazione ed esultanza.

Michele Olivieri

www.teatroallascala.org

Crediti fotografici : Brescia e Amisano Teatro alla Scala



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